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Non ce l'abbiam fatta. Il cuore, l'ardore, la grinta dei ragazzini terribili di Massimo Pizzulli non sono serviti per raggiungere la salvezza. Ha vinto il Pisticci, senza strafare, ma nulla abbiam da dire su di loro. La stagione maledetta del Bitonto, tra squalifiche, problemi economici, diatribe con l'amministrazione comunale, finisce con la retrocessione in Eccellenza.
Ancora una volta, siamo qui ad analizzare l'ennesima prestazione coriacea rovinata dalle decisioni del signor Brasi di Seregno e dei suoi due assistenti. Grida vendetta, soprattutto, il rigore solare negato a Persia, nel primo minuto di recupero della seconda frazione. No, non si poteva non fischiare un fallo del genere. Davvero. Prima, come altre ventitre volte in questa stagione, lo stesso ariete barlettano era riuscito a gonfiarla la rete, ma l'assistente Di Gregorio di Ariano Irpino subito aveva strozzato l'urlo in gola dei tifosi neroverdi con la bandierina alzata. E nulla da dire perchè la decisione pareva corretta. Dunque, cari lettori, probabilmente questo è il triplice fischio sul calcio bitontino. Il nostro cuore che sanguina lacrime, però, è orgoglioso del nocchiero bitontino Pizzulli e di tutti i ragazzi, unici, incommensurabili per impegno e passione. E' orgoglioso di Vincenzo De Santis, fantastico dirigente e splendida persona. Grazie di cuore, dunque. Vi ricorderemo a lungo. La Cronaca Ore 18. Un triplice trillo iniquo ha squarciato l’aria (pesante) sospesa sul “Città degli Ulivi”. Al centro del prato, sta dritto dritto il signor Brasi di Seregno, con la torva protervia di chi ha compiuto un misfatto. Nello stesso tempo, nel segreto pudico della panchina, Massimo Pizzulli singhiozza come un bambino, la fronte tra le mani, le lacrime calde sul volto. Sarà per questo che noi amiamo il calcio con la forza disperata e disperante di chi ancora sogna, a dispetto dell’anagrafe e di tutti quelli che non cullano i progetti - anche degli altri, perchè no? - per passione, ma, anzi, covano astio e invidia senza motivo alcuno. Il pallone è lo specchio più autentico della vita. In questo crogiolo di emozioni e sentimenti, è possibile trovarci davvero tutto. Così, capita che sullo stesso rettangolo di gioco stridendo cozzino un esempio insigne di dignità, quello del mister bitontino, e l’infimo rappresentante dell’assenza di essa, l’omino in giacchetta giallo fosforescente. Eppoi, il pubblico. Si leva in piedi un anziano, occhiali scuri e pochi denti, e batte le mani, lo segue un altro spettatore ed un altro ancora. È una cascata di applausi che scroscia sull’erba smeraldina. I leoncelli hanno spremuto l’anima fino all’ultimo respiro e si sono inchinati quasi ad una forza sovrannaturale superiore prim’ancora che alla vigoria atletica degli avversari, non del tutto eccezionali, onesti però. I neroverdi piangono, si abbracciano, cercano di sostenersi l’un l’altro, mentre giustamente i gialloblè corrono sotto la tribuna dei propri tifosi a festeggiare. Vincenzo Modesto – al netto delle intemperanze caratteriali, peraltro oggi inesistenti, un furetto irrefrenabile – s’avvicina alla panca nostra e chiama fuori il suo nocchiero, Massimo, e lo indica al pubblico perché ci siano battimani pure per lui. Sacrosanti. Questo è stato il trionfo dell’umanità, fors’anche da chi non te l’aspetti. E, mentre questa meraviglia si squadernava dinanzi ai nostri occhi, lui, l’inflessibile direttore di gara, spazientito abbandonava il campo senza far rispettare il terzo tempo. Restava solo un suo collaboratore, che forse voleva uscire insieme ai pisticcesi, avendolo meritato. La giornata, illuminata da sole sontuoso ed azzurra infinità, era iniziata due ore prima. L’allenatore bitontino schiera ben sette juniores: a centrocampo si sentirà la mancanza del tecnigrafo dello studio “De Santis Nicola”, Lopez, Cellamaro e Martellotta a far da frangiflutti in mezzo, Taurino, poco taurino, uno scatenato Di Pierro e Konte, incisivo come una lama di gommapiuma. Arleo s’affida alla tignosa regia di Guarino e Farinola e davanti piazza lo spauracchio Lupacchio (rima infantile), Daniello e Parente, eterno. Si parte e i padroni di casa assediano di cross e corner l’area altrui, i lucani attendono acquattati in difesa per pungere in controgioco. Al 10’ ennesimo spiovente, Marino smanaccia, Cellamaro di piatto spedisce la sfera in cielo. Lancio chilometrico di Lopez, Konte s’invola (?) e calcia con l’energia d’un neonato. Due minuti dopo, piazzato dai venticinque metri e solita pennellata di Daniello: legno scheggiato. Alla mezzora, il gol che deciderà l’incontro ed il destino del campionato btontino. Palladino crossa per Lupacchio, che, obliato da tutti, schiaccia in rete imparabilmente. Il puntero franco-maliano viene invitato a riaccomodarsi in panchina: non gradirà. Al suo posto, Persia: meno centimetri, ma più chili e più insidie. Una nebbia di inquietudini occupa il cuore dei leoncelli, sugli spalti e negli spogliatoi. Ripresa. Tre minuti e Di Pierro scompiglia la fascia sinistra porgendo un bijou a Persia che ringrazia e insacca. Una bandierina lontana si leva in alto. Muore l’esultanza dei sostenitori neroverdi. Tutto da rifare. Cinque minuti dopo, Polichetti cerca la cassaforte della gara, Lattanzi svelle dal sette il cuoio. Al 18’, Modesto, che fa ammattire i mastini lucani, calcia a giro una punizione, Marino s’inarca e sventa. Il destro vorticoso di Martellotta carezza l’incrocio. Alla mezzora, Armento batte da fermo e becca il palo: pomeriggio stregato. I ragazzini terribili si fiondano in attacco con l'impeto triste di chi si gioca il tutto per tutto. Fioccano le occasioni, ma la linea bianca è invalicabile. Gli ospiti, affetti dai consueti cali di zuccheri, cadono in deliquio ogni due per tre. Kronos indifferente galoppa. I nostri restano in dieci perché Colangione scalcia un avversario. Cartellino rosso inevitabile. Infine. Primo minuto di recupero. Persia scambia con Vincenzo e penetra nei sedici metri. Groviglio di gambe. Il massiccio bomber barlettano viene abbattuto. Brasi, collegato chissà con quale mondo parallelo, fischia punizione contro i bitontini. Né tanto meno s’azzarda ad ammonire Alessio. Forse, avrà visto un meteorite colpire d’improvviso il nostro attaccante. Oppure, quest’ultimo avrà avuto un colpo apoplettico imprevedibile. Boh. Lasciamo lo spazio dei commenti qui sotto perché l’arbitro scriva la motivazione di quella decisione poco comprensibile (formula eufemistica). Poi, la fine. Che ci auguriamo non sia la fine di tutto. Noi, dal canto nostro, ci raccomandiamo solo per una cosa. Che da Roma ce lo dicano subito, chiaro e tondo, tipo da settembre, quando una scelta l'hanno già fatta, perchè è del tutto insensato e disutile disputare un torneo la cui sorte è già ampiamente segnata. Troppi, davvero troppi sono stati i segnali, quest'anno. Sfidiamo chiunque a dire il contrario. Sì, d'accordo, la società ha fatto i suoi errori pure sesquipedali (loro almeno ci hanno provato), tuttavia l'accanimento dei padroni del vapore, Lega e dintorni, è stato eccessivo persino per chi, per solito, ha una visione del calcio equanime e decoubertiniana e mai ha frignato per una sconfitta. Aver scambiato lo stadio comunale sull'erta di via Megra per una polveriera terrificante in un girone nel quale ci sono le campane, i cui campi notoriamente son popolati da cherubini e arcangeli, ci è parso quantomeno puerile ed esagerato, se non premeditato. Grazie ancora.
fonte bitontolive.it
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