| La storia del Bitonto calcio |
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Storia (a cura di Mario Sicolo) I primi vagiti del pallone a Bitonto s'odono negli Anni Ruggenti, Venti e dintorni. È il calcio dei pionieri, ricco di fascino e di misteri. E di povertà, tanta. La ricchezza nasce dai sogni: i pantaloni alla zuava, uno slargo polveroso e una palla fatta di pezze bastavano e avanzavano per essere felici. Il campo è alla Gùglie , lo spiazzale retrostante l'obelisco che dà il nome al terreno delle omeriche contese e che ricorda il miracolo della Madonna: Bitonto, pupilla dei suoi occhi, è salva dai cannoni del Generale Montemar. I pali si infossano di volta in volta, spesso la traversa è una corda maldestramente tesa, il gol fantasma è regola incrollabile dinanzi a qualunque diavolesca moviola (che, vivaddio, sarà inventata più tardi), le misure del rettangolo di gioco cambiano sempre. Gli scarpini rudimentali li fa un argentino che ha bottega in Via Mercanti, la via che è un trionfo di luce quando scintillano all'unisono le chianche e il legno eternamente antico delle porte. L'artigiano certosino si proclama con fanciulla fierezza parente nientepopodimenochè di Raimundo Orsi detto Mumo , asso impareggiabile della Juventus e della Nazionale. Storia (a cura di Mario Sicolo) Tra i primi emigranti al contrario che il regime ribattezzerà oriundi, il calcio ad Orsi aveva fornito il biglietto di ritorno dall'Argentina: il suo naso aquilino sbarcò a Genova in un mattino lontano di pioggia malinconica. Ad immalinconire i portieri di tutta Italia ci pensò il suo piede mortifero. Frattanto, nella nostra Bitonto nascono le prime società sportive, non soltanto calcistiche. Allora esse erano un inno all'eclettismo, l'atleta doveva saper fare tutto, correre, saltare, pedalare, calciare perfino un pallone. Siamo in pieno Fascismo: comizi e orbace in ogni dove, il Duce è la luce, il Balilla perfetto fa rima con libro e moschetto e lo sport deve temprarne lo spirito combattivo. Retorica certo, col senno di poi. Ma anche tanti fatti. Leandro Arpinati , tanto per dirne uno, è professore di latino e greco, gerarca rispettato e presidente della Federcalcio. Ma torniamo ai sodalizi degli albori. La Miguel Ventafridda , per esempio, era stata fondata da un bitontino tornato dall'Argentina, proprio come l'asso di cui sopra, e vi aveva portato il diporto che i lord inglesi laggiù insegnavano. In quanto maestri sedicenti, li troveremo presenti anche nella storia calcistica bitontina, questi signori dal pedatorio supercilio aristocratico Storia (a cura di Mario Sicolo) Poi il Bitonto Football Club , fondato dal Capitano Lo Buono e dal signor Lisi . La squadra è fatta da baresi (anche allora, potrebbe sospirare qualcuno…). I nomi, dissolvenze della memoria: Bressan , Cagnetta , Mastrosiero . Un nugolo di fanciulli bitontini scalpita, sgomita, smania dalla voglia di entrare nella rosa dei titolari. Mister Sylos li vede crescere forti dentro e fuori, e se ne rallegra. Si va ora sotto cieli melodiosi e profondissimi a palleggiare al Campo di Via Megra. Che ha vita breve, perché con la Seconda Guerra Mondiale viene requisito dagli Inglesi, che vi tengono le munizioni. Le armi al posto dei palloni, i carri armati al posto di smemorate corse. I giovani hanno un nomignolo a testa, proprio come i calciatori sudamericani oggi. Si chiamano Gaetano Ancona , Pierro u sguizz , Luiso , Michele d'Acciò u tàur . Già, Michele d'Acciò. Una quercia di uno, una montagna col sorriso buono. Dritto sopra una sedia antica a deboli liste di plastica, Michele parla con voce forte. Chiuso in un paltò color mattino triste, entra nella macchina del tempo che ognuno ha nel cuore e principia il suo viaggio. “Ero uno che faceva paura, che spezzava le gambe a tutti. Non avevamo niente allora, solo la passione e l'amore per lo sport ci facevano andare avanti. Ma era bellissimo”. Forse le cose stanno proprio così, come ce le indicano le rughe sincere di Michele: quando hai niente, desideri ardentemente tutto. Storia (a cura di Mario Sicolo)Quando hai tutto, precipiti vertiginosamente verso il nulla. Michele arbitra una sfida tra Inglesi e Polacchi al campo cosiddetto “inglese”, sulla via che menava a Santo Spirito. Lo fa con fischio equo. La sua abilità gli permette d'ottenere l'uso del campo. Nasce la “Serenssima”: il sospetto spontaneo che i colori neroverdi siano venuti da un innamoramento per la città di Venezia che il nome potrebbe suggerire è presto fugato: “Volevamo soltanto un po' di pace, di serenità. Eppoi sono stati sempre quelli i nostri colori, anche prima. Ah, la guerra ci ha tolto gli anni più belli della nostra vita, ci ha rubato la giovinezza”, e stringe gli occhi Michele, per non piangere. Chi ha fatto il calciatore con spirito garibaldino non può piangere. Il lunedì sull'edizione speciale sportiva della Gazzetta del Mezzogiorno, diretta da Giuseppe Gorjoux , Michele è sempre tra i migliori. Lo troviamo tra i primi di una corsa campestre. Oppure nel cuore della difesa dell'Altamura. Il suo calcio era fatto di trafelato vigore e ferrigna tenacia. Era lo specchio della sua vita. Il Bitonto di quegli anni lontani fluttua tra la Prima, la Seconda e la Terza Divisione. Si sale e si scende ma non importa. Sfide memorabili s'ingaggiano con le squadre vicine. “La Bari era la più tremenda” rimembra Michele e fa una smorfia come per confermare il ricordo.
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